img_0729

Le Ganguro

On September 23, 2016, in Fashion, Italiano, Life in Japan, by 01. Christine
0

Premessa: questo post non vuole essere un’enciclopedia (come nessuno dei miei post). È un articolo in cui dico tutto e allo stesso tempo non dico nulla: ci sono i miei pensieri confusi, le mie opinioni confuse, i miei sentimenti confusi.

Perciò prendetelo così com’è.

Ah, e le foto non sono mie ad eccezione dell’ultima.

 

Mentre cercavo di combattere la noia scegliendo a caso video su Youtube, mi sono imbattuta in questo:

YouTube Preview Image

Come potete vedere si tratta di un video sulle acconciature e gli stili che andavano di moda in Giappone, o che comunque rappresentavano un’icona di stile. Vi consiglio di guardare anche il “making of”, dove viene un po’ spiegata la storia di quegli anni.

Chi non ha famigliarità con la moda giapponese sarà sicuramente collassato durante la sequenza del 1990. Una ragazza giapponese con un’abbronzatura esagerata, trucco esagerato ed espressioni esagerate? Che fine ha fatto il concetto “bianco è bello”?
Ed è per questo che oggi vi parlo delle Ganguro.

 

Le Ganguro (“faccia nera”, tradotto letteralmente) erano una subcultura facente parte del movimento Gyaru (proveniente dal termine inglese Gal, “ragazza”).

Le Gyaru erano ragazze che (pare) per opporsi alla rigida mentalità giapponese decisero di sfidarla tingendosi i capelli, accorciando la gonna della divisa scolastica e iniziando a portare accessori vistosi; in altre parole, facevano tutto ciò che veniva considerato inadeguato, guadagnandosi così una cattiva reputazione.
Uno dei miei primi manga, “Gals“, aveva per protagoniste proprio ragazze di questo tipo e penso dia un’interessante rappresentazione della società giapponese di quel tempo.

img_0725

 

Ma se da una parte le Gyaru erano additate come ragazze frivole e di facili costumi, dall’altra erano viste meglio delle Ganguro, il cui stile era estremizzato al massimo ed esaltato dalla profonda abbronzatura.
C’è la tendenza in Asia di considerare l’abbronzatura come qualcosa appartenente ai ranghi più bassi della società, in quanto strettamente collegato alla vita contadina: non a caso sia nelle Filippine che in Cina la pelle diafana è simbolo di bellezza quasi divina e si possono trovare infiniti prodotti che promettono un pallore lunare in poco tempo.
Ed il Giappone non è da meno.

Girovagando per il web mi sono imbattuta in questo breve servizio dedicato alle Ganguro:

YouTube Preview Image

Come quasi ogni programma televisivo giapponese che si rispetti, vi basterà osservare la reporter per poter dedurre quale opinione avesse la gente comune in materia: le Ganguro erano alla stregua di animali da circo, persone da deridere e da evitare.
Tutt’oggi la società giapponese non è incoraggiante verso ciò che non segue la normalità, come nel detto “il chiodo che sporge va preso a martellate“; sebbene ai giorni nostri può sembrare un atteggiamento troppo rigoroso, è senza dubbio meno rigido rispetto ai decenni scorsi.

img_0726

Essere una Ganguro significava essere additata come una ragazza facile, stupida e dalla scarsa igiene, tanto che questo stile, nonostante la popolarità di cui godeva, sparì nel decennio successivo, assieme ai numerosi solarium. Venne sostituito da Yamamba e Mamba, versioni ancora più estremizzate delle Ganguro, che però sono ormai rari.

img_0727

img_0728

Yamanba (Sopra) e il successore Mamba (sotto)

 

Anche Egg e Ageha, le riviste guru della moda Ganguro e Gyaru in generale, hanno chiusi i battenti nel 2014, anche se Ageha è tornata alla luce e sono pure riuscita a trovarlo in un conbini.
E l’avrei anche comprato, se non fosse costato 700円!

DSC_2161

Tagged with:
 
img_0689

Shichifukujin, le Sette Divinità della Fortuna

On September 15, 2016, in Italiano, Life in Japan, Travel, by 01. Christine
0

Avete mai sentito parlare delle Sette Divinità della Fortuna, o Shichifukujin (七福人)?
Si tratta di sette dei della tradizione giapponese che trovano le loro radici nell’Induismo, Taoismo e Buddhismo.
Inizialmente adorati dai mercanti, sono diventi popolari anche tra le diverse classi della società e difficilmente vengono raffigurati separati. In Giappone sono diventati figure fondamentali per lo Shougatsu, ovvero il Capodanno, ma si trovano anche in pubblicità e merchandising vari.

I tempi e santuari a loro dedicati sono un po’ ovunque ed è consuetudine fare il giro per pregare tutte e sette, specie durante il primo dell’anno. Nella sola Tokyo si possono scegliere fra più di otto diversi pellegrinaggi (il che significa che ogni dio ha ben otto tempi diversi a lui dedicati) e può essere un’esperienza interessante per chi come la sottoscritta vuole raccogliere qualche timbro particolare.

Il mio giro è nato un po’ per caso, quando due giorni prima della mia partenza per l’Italia (rimandata dalla famigerata varicella di cui vi ho raccontato) mi sono imbattuta in questo sito.
Credo che oramai abbiate compreso quanto mi piacciano templi e santuari, perciò non indugiamo oltre e partiamo subito con il tour!

 

Shichifukujin, le Sette Divinità della Fortuna – Shinjuku Yamanote Tour

 

1) Taiso-ji (Hotei)

Hotei è l’unico tra i sette ad essere basato su una persona realmente esistita, il monaco Budai (o Pu-tai, a seconda della traslitterazione). Dio dell’abbondanza, della salute e della felicità, è raffigurato come un uomo calvo, grasso e sorridente.
Il tempio a lui dedicato, Il Taiso-ji, è il primo che incontriamo nel nostro tour!

DSC_2008

DSC_2012

2) Hozen-ji (Juroujin)

Juroujin è il dio della lunga vita ed è raffigurato come un uomo anziano dalla lunga barba. Hozenji, il secondo tempio in cui sono andata, è dedicato a lui, ma ho perso tempo inutilmente per cercare di capire dove poter ricevere il timbro. In realtà avevo trovato subito il cartello che indicava un’ala del tempio, ma le porte di legno chiuse mi avevano fatto pensare che non fosse possibile entrare.
Ci ho messo dieci minuti prima di decidermi a bussare ed entrare.

DSC_2014

 


3) Eifuku-ji (Fukurokuju)

Fukurokuju è il dio della saggezza, della felicità e della lunga vita come Jurojin, con cui secondo la leggenda condividerebbe il corpo. C’era sia il tempio che il santuario (ovvero la struttura buddhista e quella scintoista) e quando sono entrata a chiedere il sigillo del tempio mi hanno chiesto quale volessi.
Fatto sta che il monaco che si era fatto carico di prendermi il Goshuincho per apporvi sopra il timbro è sparito dentro al tempio finché non ho sentito distintamente un’esclamazione sorpresa. Tornato indietro, mi ha spiegato che si era sbagliato e mi aveva apposto i timbri del santuario, perciò me lo avrebbe rifatto giusto nella pagina dopo.
Mille scuse ed inchini dopo, sono uscita da lì con un pacco di dolcetti dal tempio, regalatomi dal monaco come segno di profondo pentimento.

DSC_2024

DSC_2163

 

4) Itsukushima Jinja (Benzaiten)

Unica donna tra le Sette Divinità, Benzaiten è la protettrice dell’arte, della musica e della bellezza.
Il suo santuario a Shinjuku è piccolino e purtroppo per me non c’era nessuno a cui poter chiedere il timbro, ma nonostante tutto è stata una pausa piacevole e rilassante.

DSC_2020

DSC_2021

DSC_2022

 

5) Kyooji (Daikokuten)

Indubbiamente il tempio che mi è piaciuto di più! Siamo di fronte al tempio del dio Daikokuten, protettore dei commerci, degli scambi e della ricchezza, spesso raffigurato assieme ad Ebisu.
Mentre aspettavo di ricevere il timbro sono stata invitata a scuotere un piccolo martello con sonagli posto di fronte all’altare. Ho provato a rifiutare gentilmente perché non essendo una credente non mi sembrava educato, ma la signorina del banco mi ha assicurata che non ci fossero problemi e che era comunque un’usanza, in quanto il martello era il simbolo del dio e scuotendolo avrei richiamato la fortuna.
Considerati gli avvenimenti che sono seguiti a quel giorno, oserei dire che non ha funzionato. O che la mia fortuna è sorda, oltre che cieca.

DSC_2032

DSC_2034

DSC_2164

 
6) Zenkoku-ji (Bishamonten)

Stando a Wikipedia, Bishamonten è il dio della guerra e dei guerrieri, punitore dei malvagi, distruttore di catene e padre dei dragh-ah no, scusate, ho sbagliato. Fermiamoci pure a “punitore dei malvagi”.
È raffigurato come un uomo in armatura dallo sguardo severo e il suo tempio è il più ampio tra quelli della Shinjuku Yamanote. Al banco degli omamori si può anche comprare il foglio con tutti e sette i sigilli degli dei, raffigurati al centro della stampa a bordo della Takarabune, la Barca dei Tesori. Sempre che siate disposti a spendere 1000 yen, ovviamente.

DSC_2036

DSC_2037

DSC_2035

DSC_2165

DSC_2165

 

7) Inari Kiou Jinja (Ebisu)

E finiamo con il dio della pesca, dell’agricoltura e dei mercanti, Ebisu! Unico dei sette a vantare origini giapponesi, Ebisu è venerato in tutto il Giappone e a Tokyo si può trovare un quartiere omonimo. Anche lui allegro e sorridente, viene spesso raffigurato in coppia con Daikoku.
Ero arrivata al tempio dieci minuti dopo l’orario di chiusura, ma un signore gentilissimo da dietro il bancone mi ha vista ed ha accettato di farmi il timbro comunque, permettendomi così di completare il giro. Yatta!

DSC_2039

DSC_2042

DSC_2166

È questo era il minitour degli Shichifukujin! Non so dirvi se abbia giovato alla mia fortuna, ma mi sono divertita e ho camminato parecchio.
E se vi piacciono le divinità giapponesi e gli Anime, vi consiglio di guardare Noragami, dove ovviamente appaiono anche i Sette Dei della Fortuna… in versione “moderna”.

 

Tagged with:
 
foto7

Obon

On September 11, 2016, in Italiano, Life in Japan, by 12. Simone
0

 

Durante le vacanze estive ho avuto l’opportunità di andare alla festa di OBon. Avevo sempre voluto vedere le lanterne che galleggiavano sull’acqua e ,quest’anno,ho avuto la fortuna di farlo.

L’ Obon,o festa delle lanterne , è collegata ad una festa buddista. Dal 13 al 16 agosto vengono celebrati i defunti.

La sera del 13 Agosto, sabato, sono andato ad Asakusa. Le lanterne sono state fatte galleggiare sul Fiume Sumida. C’era molta gente e una bella atmosfera. Peccato che le foto non siano venute benissimo. Spero di poter fare di meglio il prossimo anno. Devo ammettere che è stato complicato trovare un buona posizione dal quale poter osservare e fotografare per via delle tanta gente presente già dal primo pomeriggio.

All’inizio dei battelli hanno lasciato galleggiare sul fiume lanterne di carta accese .  In seguito molte persone hanno potuto fare lo stesso dalla riva del fiume. Le prime non erano molto belle da vedere,forse perché era ancora giorno. Quando si è fatto buio invece sono diventate davvero spettacolari e suggestive. Questo rito si chiama “Toro Nagashi” o “flusso delle lanterne”. Le lanterne accese dovrebbero guidare le anime degli antenati,tornati dall’aldilà nei giorni della festa,indietro nel regno dei morti.

Peccato per le foto.

foto-1

foto-2

foto-3

foto-6

 

foto7

alla prossima.

 
image

Have a break, Have a Password!

On September 6, 2016, in English, Italiano, Life in Japan, by 01. Christine
0

English version (per la versione italiana scorrete la pagina)

 

Have you ever been in Harajuku? Or at least heard about it?

Of course you have! Fashion paradise, crêpes everywhere, the never ending crowd in Takeshita Dori. Well, I’m not here to talk about the district today, but shall instead drive your attention to the huge posters near the station, which you might have seen if ever walked to Meiji Jingu.

What kind of commercial would it be? Is it a new manga? A dating game? A new app?

WRONG, my dears! This is a commercial about PASSWORDS!

With the internet world expanding and new technologies coming out, danger is everywhere! Have you secured your belonging yet?

Well, it’s time to do it! Or these handsome-looking princes are going to teach you a lesson using words as sweet as chocolate!

Here’s the translation (made by me, so please be gentle in pointing out any mistakes, I’m still a maiden at the heart).

image

“You! You have to treasure your password!”

Such a fierce man!

 

image

(At the bottom, right to the center)

“To safely enjoy the internet or the smartphone, an exciting love story! ❤️”

 

image

“I’ll be waiting! ‘Till the day you’ll change your password!”

What a passion!

 

image

“It’s gonna get dangerous with a simple password like that, don’t you think?

My PrinCeSs. ❤️”

Eww.

 

So, everyone, please remember: it’s dangerous outside! Take a password with you!

 

❤️

 

Versione italiana

 

Siete mai stati ad Harajuku? O per lo meno ne avete sentito parlare?

Ma certo che sì! Il paradiso della moda, profumo di crêpes ovunque, fiumi umani a Takeshida Dori… Ma non sono qui per parlarvi del quartiere, non proprio.

Usciti dalla stazione di Harajuku, andando verso il Meiji Jingu, vi imbatterete sicuramente in questi cartelloni.
Cosa sono? La pubblicità di un nuovo manga? Un dating game per il ds? Un’applicazione per il cellulare?

No, signori miei: è una campagna per invitare la gente a mettere le password.
Perciò mentre perderò tempo a scrivervi le traduzioni dei dialoghi mollate qualsiasi cosa stiate facendo e inserite le password su ogni singolo apparecchio in vostro possesso!
PRESTO! Prima che arrivino questi maschioni a ripetervelo a suon di sdolcinatezze!

 

image

“Devi avere più cura della tua password!!!”

Che maschio!

 

image

In basso, al centro:

“Per divertirsi in sicurezza su internet o su cellulare. Una storia d’amore da batticuore! ❤️”

 

image

“Io ti aspetterò! Fino al giorno in cui non cambierai password!”

Che passione!

 

image

“Non trovi sia pericoloso con una password così semplice? Prin.Ci.Pes.Sa ❤️”

Che schifo.

 

Siete ancora lì?! Cosa state aspettando? È pericoloso là fuori! Prendete una password prima di uscire!

 

Tagged with:
 

Il dottore mi stava guardando con aria grave, anche se l’essere ricoperto da un telo di plastica da capo a piedi lo faceva sembrare meno serio; dietro di lui, conciati allo stesso modo, gli infermieri si tenevano a debita distanza dalla sottoscritta.
“Dunque, signorina, prima di tutto Le devo chiedere perdono, ma potrò comunicare con Lei solo in Giapponese.”
Avrei voluto rispondergli che dopo quasi due ore rinchiusa lì dentro ci ero arrivata da sola che nessuno sapesse l’Inglese e che in ogni caso non ci avrei nemmeno provato, ma preferii annuire.
“Lei ha la varicella.”
E di nuovo, la fiera dell’ovvietà.
“Da questo esatto momento deve stare isolata. Non può tornare a casa, né uscire da questo ospedale, a meno che non decida di pernottare in albergo -dove, in caso, non dovrà avere contatti con nessuno.”

Vorrei fare una piccola precisazione: non mi aveva nemmeno sfiorata l’idea di dover rimanere in ospedale, quindi avevo solo la mia fedele borsetta. In più, visto il costo esorbitante della sanità giapponese, avevo già iniziato ad immaginare la mia vita futura sotto un ponte con i ratti a farmi compagnia.
Il dottore doveva aver compreso il mio disagio dopo essersi accorto della mia espressione, perché si affrettò ad aggiungere: “Le controlliamo subito il costo di una stanza d’albergo qui vicino, cercando le più economiche. Altrimenti può rimanere qui in ospedale.”

Un hotel. Economico. A Shinjuku.
Mi veniva già da ridere.

Risultato dell’indagine:
– pernottamento di quattro notti circa in albergo: 70.000 yen (circa 650€)
– ricovero in ospedale: 50.000 yen (circa 450 €)

Inutile precisare quale avessi scelto. Rimaneva solo un piccolissimo problema: dopo la mia prima esperienza a Ueno, mi ero resa conto che in Giappone la possibilità di pagare con la carta di credito non era da dare per scontato, nemmeno in ospedale.
Ma grazie a Dio stavolta ero a Shinjuku, e il dottore mi aveva assicurato che le carte di credito erano le benvenute. Viva l’epoca moderna!

E così, dopo essere stata caricata sulla sedia a rotelle, due infermieri mi portarono fino alla mia stanza, una di quelle destinate alle malattie infettive con tanto di porta blindata.
E ci mettemmo mezz’ora, perché dovevamo aspettare che l’ascensore fosse completamente vuoto prima di poter salire; non so quanti addetti delle pulizie che ci invitavano ad entrare avevamo fatto scappare con la semplice frase “pericolo contagio varicella”.

image

 

La mia stanza era carina e con una bella vista sulla Skytree; mi spiegarono poi che la stanza in realtà era gratuita, e che quello che avrei pagato sarebbe stato solo per il cibo e le medicine.
Una sola, semplice regola: “Non esca da qui per nessun motivo, per favore.”

Resident Evil, estensione speciale Varicella, Tokyo Edition.

Che fare, dunque?
L’ospedale si era premunito di avvisare sia la scuola che la mia Sharehouse, ma il mio cellulare mi stava abbandonando e io non avevo né cambi d’abito, né tantomeno un carica batterie o l’Ipad della scuola per rimanere aggrappata alla mia già scarsa vita sociale.

Fortunatamente l’infermiera di turno mi avvisò che due rappresentanti della Sharehouse stavano venendo a trovarmi per decidere il da farsi, e così fu: a mezzogiorno in punto li sentii arrivare e fermarsi davanti alla porta blindata per parlare con il dottore, per poi entrare.
A mezzogiorno e mezza.
Ricoperti anche loro di plastica da capo a piedi e con la mascherina figa da agente della scientifica che avrebbe scatenato l’invidia dell’FBI.

“Come le ho già detto, non ce n’era bisogno…” sentii uno dei due rivolgersi al dottore. “Ho avuto la varicella da piccolo, così come il mio collega.”
“Ne sono a conoscenza, ma non si sa mai.” gli rispose il medico, con il classico sorrisone nipponico. E prima di lasciare la stanza si girò un’ultima volta a guardarci e pronunciò teatralmente queste parole: “Non andatele troppo vicino, per favore. Qui dalla porta andrà bene.”

Parlare a due metri di distanza con due individui plasticosi fu quasi esilarante, ma non voglio prenderli troppo in giro perché mi hanno davvero salvato la vita: uno di loro tornò a casa a prendermi tutto il necessario dalla stanza, attenendosi alle istruzioni che gli davo via cellulare.
È così con Ipad, caricabatterie e cambi di mutande pulite trascorsi i quattro giorni più strani del mio soggiorno in Giappone, parlando con gli infermieri e rispondendo alle loro domande sulla mia vita, sull’Italia e sul cibo.
Nota di merito ai pasti che mi propinavano, uno più buono dell’altro! Vi lascio una fotina per darvi un’idea.

image
Altro che il purè sfigato del Galliera di Genova!

L’ultimo giorno il medico che mi seguiva ricevette la telefonata dalla Sharehouse: avevano avvisato tutte le mie coinquiline e chiesto loro di verificare se in passato avessero avuto la varicella o meno.
Poiché a quanto pareva ero l’unica fortunella a non averla avuta da bambina, mi fu concesso di tornare a casa previo giuramento che non mi sarei mossa di lì finché l’ultima bolla non fosse sparita. Sarei poi dovuta tornare una settimana dopo per il controllo finale.
Giurin giurello! Il tempo di raccogliere le mie cose, pagare e prendere il taxi ed ero già sdraiata sul mio letto a sbaciucchiare il mio cuscino, che come lui nessuno mai.
E questa è la storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra, ecc ecc.
Posso dire senza ombra di dubbio che è stata l’esperienza più traumatica da quando sono qui, non tanto per la varicella in sé, quanto per tutto ciò che ne è seguito: cambio del volo, problemi con la scuola (colpa mia), ri-cambio del volo e ri-problemi con la scuola (non colpa mia). Senza contare lo stress, gli esami da ridare prima di partire e le macchie orribili sulla pelle.

E pensate che una volta tornata in Italia fosse finita lì? No, tesori miei, nemmeno per sogno.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

image

Tagged with: