Due sabati fa c’è stato lo spettacolo dei fuochi di artificio ad Asakusa. Ne sto parlando un po’ tardi, ma non ero sicura di farlo.
Probabilmente c’erano anche molti voi visto che penso fossero presenti tutti gli abitanti di Tokyo. Sì, sono una povera piccola ingenua, alla quale i manga hanno sempre mentito o nascosto la verità.
Avevo fissato con un’amica di ritrovarci ad una precisa uscita della stazione di Asakusa. Parto serena verso Ueno per prendere la Ginza Line. Arrivata lì mi accorgo che qualcosa non va. Ci sono gli omini in uniforme che guidano la folla. Troppi omini in uniforme. Troppa fila anche solo per vederla una metropolitana. Al che mi rendo conto della cavolata che ho fatto. Fra i vari miei problemi bislacchi di salute c’è l'”agorafobia”, che per chi non lo sapesse è la paura della folla. La mia fortunatamente è una forma abbastanza leggera, e sono in grado di sopravvivere per un periodo di tempo discretamente prolungato. Tuttavia sapevo che si prospettava una serata divertente. Sì, sono sarcastica.
Avverto la mia amica che sarei stata in ritardo, al che lei ricambia informandomi che hanno chiuso l’uscita che sarebbe dovuta essere il nostro punto d’incontro. Olé! Fa niente, mi preparo all’idea che potrei metterci tutta la durata dei fuochi a trovare la mia amica e vado avanti. Come previsto, anche con l’ausilio delle mappe e di internet, mi ci vuole più di mezz’ora ma alla fine ci incontriamo.
Ci avviamo e quando arriviamo nei pressi del fiume inizia la guerra per la ricerca di un luodo di osservazione. Vaghiamo a caso per lungo tempo, ammirando i vari Yukata, finché non chiudono la strada e noi ci accampiamo sull’asfalto, sollevate. Purtroppo il nostro sollievo dura poco, poiché presto ci rendiamo conto che il nostro posto fa schifo. Abbiamo infatti gli alberi a coprirci la visuale dal basso, e il ponte quella dall’alto. Decidiamo di riderci sopra, e aspettiamo. Poi inizia lo spettacolo, ed è veramente molto bello. Infinite esplosioni colorate e dalle molte forme si susseguono per più di un’ora. Noi ad un certo punto decidiamo di avvicinarci e ci infiliamo nella massa.

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Dopo 45 minuti decidiamo di tornare alla stazione prima che lo facciano tutti quanti, ma scopriamo che tutti i ponti sono chiusi. Siamo intrappolate! La mia resistenza all’agorafobia è terminata, inizio ad andare nel panico. Per fortuna ci ricordiamo dell’esistenza della stazione della Sky Tree Tower, e decidiamo di trovare un modo per andarcene partendo da lì.
Alla fine ce l’abbiamo fatta! Siamo saliti sulla metro senza essere schiacciate e senza fare grandi file.
Diffidate dei manga e degli anime! Gli spettacoli pirotecnici non sono tranquilli. Fra un gruppo di persone accampate e un altro non c’è una distanza ragionevole ed elegante, i teli sono tutti appiccicati, la gente è ammassata e non c’è nulla di romantico. E non esiste un luogo da cui si nota una splendida visuale, ma che conosce solo una persona in tutta Tokyo.
Scherzi a parte, è comunque una bella esperienza, almeno una volta nella vita vi consiglio di godervela.

 
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Kawagoe

On August 8, 2016, in Italiano, Travel, by 02. Martina
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Prendendo la Tobu-Tojo Line da Ikebukuro, in poco più di mezz’ora si può arrivare alla stazione di Kawagoe, situata a Saitama. Con l’autobus numero 2 potrete poi giungere a Hon-Kawagoe. Procedendo sulla via principale sarà facile trovare il distretto in stile antico (Kurazukuri no Machinami). Nel Periodo Edo infatti Kawagoe era un’importante città commerciale.

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Lungo questa strada si possono poi trovare diverse stradine e tempietti graziosi.

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E poi c’è lei, Kashiya Yokochō, una via, anch’essa in stile antico, piena di negozi di dolciumi e caramelle. Essendo zona pedonale è tranquilla, bella, e ti dà davvero la sensazione di un viaggio nel tempo.

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Kawagoe è perfetta per una gita di un giorno, o anche solo di un pomeriggio.

 

Immagino tutti conoscano i Maneki Neko .Si proprio quei simpatici gattini portafortuna con la zampina alzata.

Esatto ! loro.  Quelli che danno il benvenuto e si vedono un po’ in tutti i negozi.

Girovagando a caso per le strade di Taito ho finito per trovare questo splendido tempio.  Si trova a Imado, nella zona nord di Asakusa. Pare sia il luogo di nascita del Maneki  Neko.

La storia racconta che nel periodo Edo viveva ad Imado una vecchietta molto povera. Un giorno fu costretta a vendere il suo amato gatto. Questo però gli comparve in sogno dicendogli di realizzare e vendere delle statuette in terracotta con le sue fattezze. Lei fece come gli era stato detto,vendette migliaia di statuine e divenne molto ricca.

Da allora le statuette a forma di gatto sono dei portafortuna e si sono diffusi in tutto il Giappone.

Da quanto ho capito il posto è famoso perché viene visitato anche da chi cerca l’anima gemella.Un luogo propiziatorio per il vero amore ed il matrimonio.

Nel tempio infatti vi sono due grandi statue che rappresentano dei gatti,uno maschio ed una femmina. Poi c’era anche la statua di una piccola scimmia ma non sono riuscito a capire bene il perchè.  Tornerò per indagare oppure fatelo voi e dopo fatemi sapere. 😉

I gatti,come si può immaginare, erano un po’ ovunque ed in molte forme e colori differenti. C’era la statua di un piccolo cane e ,per qualche motivo,tante sedie della Disney. Credo sia sepolto qui anche un famoso samurai. Purtroppo il mio giapponese non è di grande aiuto.I cartelli erano incomprensibili.

Se vi sentite romantici e cercate il vero amore,vi piacciono i Maneki Neko e/o i gatti o siete soltanto curiosi fateci un salto. Poi fatemi sapere della scimmia. 😛

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L’ingresso del tempio.

 

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Il tempio

 

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I Maneki Neko e la scimmia. Quello di sinistra è maschio,quella di destra femmina.

 

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Altre statue. Si trovano alla sinistra delle scale che si vedono nella seconda foto.

 

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Ci sono statuette di gattine un po’ ovunque

 

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Anche quella di un piccolo cane.

 
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Ricovero in stile giapponese – prologo

On August 1, 2016, in Italiano, by 01. Christine
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Ahhhh, le vacanze estive! Dopo mesi di studio e lavoro ci volevano proprio!
Io poi non vedevo l’ora: sarei tornata in Italia, avrei rivisto tutti i miei cari e passato quasi un mese tra mare, cibo e compagnia.
C’era solo un problema: dopo quasi due mesi non avevo ancora avuto indietro il mio passaporto, a causa delle procedure per l’allungamento del visto.
Panico? Non proprio, ma la data di partenza si avvicinava e la mia preoccupazione cresceva.

Finché il fatidico 22 Luglio non mi avvisarono che era pronto: potevo riprendere i miei documenti presso la segreteria della scuola. E mentre stringevo il tanto sospirato passaporto fra le mani, una voce festante riecheggiò per i corridoi della scuola: “È uscito Pokèmon GO!!!”

Caos. Gente che si precipitava fuori, studenti con l’Ipad della scuola (riconoscibile grazie alla cover di un verde acceso) che iniziavano a sondare i dintorni alla ricerca di Pokèmon, sotto lo sguardo incuriosito dei Giapponesi. Giapponesi che, una volta capito cosa stesse succedendo, si precipitavano a controllare l’Apple Store.

Era una promettente giornata, quel Venerdì 22. Ricordo che il mio unico pensiero era cercare di catturare più mostriciattoli possibili sulla via di casa, riempendo di chiacchiere l’amico che era con me. “Sai che c’è? Provo a stare in giro ancora un po’ e vedere cosa trovo!”
Peccato che non fosse durata molto: un improvviso dolore e una gran fatica mi costrinsero a tornare a casa e a misurarmi la febbre.
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E via di paracetamolo.
Lunedì e Mercoledì avremmo avuto gli esami e dovevo studiare, ma non riuscivo a concentrami e rimandai all’indomani.

Il Sabato mattina notai due strane vesciche sul fianco, ma non ci diedi molto peso e iniziai la mia giornata: lavatrice, pulizia della camera, pranzo e studio. La febbre era scesa, ma mi sentivo più debole del solito.

La Domenica mi accorsi di un grosso gonfiore dietro l’orecchio, e la testa mi prudeva da impazzire. Provai ad uscire per andare in un ospedale vicino a dove abito, dimenticandomi che di Domenica è tutto chiuso tranne che per le emergenze. Pensavo comunque di trovare qualcuno alla reception, invece nulla.
Che fare? Provare un altro ospedale? Ma la stanchezza si faceva sentire e decisi di tornare a casa: l’indomani sarebbe stato Lunedì e se fosse stato necessario sarei potuta andare in ospedale subito dopo il primo test, cercando qualche struttura vicino alla scuola.

Solo che a scuola non ci andai.
Al mio risveglio mi accorsi che la testa si era riempita di croste e che iniziavo ad avere bolle ovunque. Contattai la professoressa per il fatto che avrei saltato il test, chiamai l’ambulanza e nell’attesa cercai di ingannare il tempo stando su internet.
“T’oh, ho i sintomi della varicella, ahah!”
E risi, perché si sa, queste cose cercate su internet non ci azzeccano mai.

 

Mi piace ricordare agli altri che ho partecipato a più matrimoni da quando sono in Giappone che da quando sono nata. Ma potrei dire la stessa cosa per le ambulanze.
I vigili del fuoco (perché le ambulanze qui sono gestiti dai pompieri) erano gentili e disponibili, anche se avevano sbagliato indirizzo e si erano fermati molti metri prima di casa mia; mi chiesero i sintomi, scusandosi tutte le volte che mi dovevano sfiorare, e dopo qualche telefonata decisero di portarmi all’Ospedale Internazionale di Shinjuku.
Anche qui, solita trafila, stavolta con gli infermieri: nome, indirizzo, che giorno è oggi, sintomi, quanto tempo è che sei in Giappone, oh che brava, devo toccarti il braccio per misurarti la pressione, sono davvero mortificato… Per poi concludere con un sospetto “Uhm.”
Arrivò un dottore e dopo aver conferito con gli infermieri mi trasferì in una stanza isolata da tutto e tutti.
Che tristezza… Ma perché, poi?
Ancora un’altra infermiera, e di nuovo da capo con le domande. Con la differenza che questa volta mi venne detto: “Potresti avere una malattia infettiva. Ma non ne siamo certi, quindi aspetta qui.”

E aspettai quasi due ore, in una stanza che a mano a mano diventava sempre più gelida a causa dell’aria condizionata. Finché non riapparve il dottore e uno stuolo di infermieri, tutti bardati di plastica dalla testa ai piedi.
E lì capii due cose.
1) avevo la varicella;
2) stavo per iniziare un calvario che non avrei dimenticato mai più.

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Kanazawa

On August 1, 2016, in Italiano, Travel, by 02. Martina
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Kanazawa è una città giapponese della prefettura di Ishikawa.
Prendendo lo Shinkansen da Ueno (lo si può prendere anche da altre stazioni) sono necessarie quasi due ore e mezzo per raggiungerla con il costoso (ma comodo) Shinkansen.
Ha una buona organizzazione di autobus, tuttavia, se doveste andarci, state bene attenti agli orari perché per molte linee l’ultima corsa è quella dell 17.30.
Possono benissimo bastare tre giorni per visitare i luoghi più interessanti, primo fra tutti il Kenroku-en, classificato come uno dei tre giardini paesaggistici più belli del Giappone insieme al Kairaku-en di Mito e al Koraku-en di Okayama. Molti lo considerano il migliore di tutti. Io non ho visto gli altri, quindi non posso giudicare, ma questo è veramente meraviglioso, è una delle mete turistiche giapponesi più belle in cui sia stata finora. Anche se doveste trovare una discreta affluenza, per le foto potrebbe essere una seccatura, ma vi accorgereste che la pace che trasmette non ne viene granché intaccata. Il biglietto d’entrata mi sembra che costi sui 300, 310 yen, una sciocchezza rispetto al lavoro che serve per mantenerlo, e sicuramente lo è in base a ciò che offre.

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Vicino ai giardini si erge il castello di Kanazawa, con annesso parco. Fu originariamente costruito nel 1583, con l’aggiunta del fossato nel 1592. Questo povero castello è stato distrutto (da terremoti e soprattutto incendi) e ricostruito più volte. Be’, qui in Giappone non è cosa rara. Alcune parti sono state fedelmente restaurate nel 2001. Il mio consiglio è di non pagare per vedere l’interno, non c’è assolutamente nulla, a parte una struttura di legno e un modellino del castello.

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Infine il quartiere Chaya. Sono quasi tutte strutture private, ma nel Periodo Edo era pieno di ristoranti e case da tè dove i clienti venivano intrattenuti da geisha che si esibivano in canti e danze.

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Speciale del diario di viaggio: un rapace mi ha rubato il gelato. Ebbene sì. Le uniche cose che ho visto sono state un’ombra nera che mi passava a fianco, la mia mano priva di gelato e il maledetto che volava via con il mio gelato fra gli artigli. Ci sono rimasta malissimo!