Il dottore mi stava guardando con aria grave, anche se l’essere ricoperto da un telo di plastica da capo a piedi lo faceva sembrare meno serio; dietro di lui, conciati allo stesso modo, gli infermieri si tenevano a debita distanza dalla sottoscritta.
“Dunque, signorina, prima di tutto Le devo chiedere perdono, ma potrò comunicare con Lei solo in Giapponese.”
Avrei voluto rispondergli che dopo quasi due ore rinchiusa lì dentro ci ero arrivata da sola che nessuno sapesse l’Inglese e che in ogni caso non ci avrei nemmeno provato, ma preferii annuire.
“Lei ha la varicella.”
E di nuovo, la fiera dell’ovvietà.
“Da questo esatto momento deve stare isolata. Non può tornare a casa, né uscire da questo ospedale, a meno che non decida di pernottare in albergo -dove, in caso, non dovrà avere contatti con nessuno.”

Vorrei fare una piccola precisazione: non mi aveva nemmeno sfiorata l’idea di dover rimanere in ospedale, quindi avevo solo la mia fedele borsetta. In più, visto il costo esorbitante della sanità giapponese, avevo già iniziato ad immaginare la mia vita futura sotto un ponte con i ratti a farmi compagnia.
Il dottore doveva aver compreso il mio disagio dopo essersi accorto della mia espressione, perché si affrettò ad aggiungere: “Le controlliamo subito il costo di una stanza d’albergo qui vicino, cercando le più economiche. Altrimenti può rimanere qui in ospedale.”

Un hotel. Economico. A Shinjuku.
Mi veniva già da ridere.

Risultato dell’indagine:
– pernottamento di quattro notti circa in albergo: 70.000 yen (circa 650€)
– ricovero in ospedale: 50.000 yen (circa 450 €)

Inutile precisare quale avessi scelto. Rimaneva solo un piccolissimo problema: dopo la mia prima esperienza a Ueno, mi ero resa conto che in Giappone la possibilità di pagare con la carta di credito non era da dare per scontato, nemmeno in ospedale.
Ma grazie a Dio stavolta ero a Shinjuku, e il dottore mi aveva assicurato che le carte di credito erano le benvenute. Viva l’epoca moderna!

E così, dopo essere stata caricata sulla sedia a rotelle, due infermieri mi portarono fino alla mia stanza, una di quelle destinate alle malattie infettive con tanto di porta blindata.
E ci mettemmo mezz’ora, perché dovevamo aspettare che l’ascensore fosse completamente vuoto prima di poter salire; non so quanti addetti delle pulizie che ci invitavano ad entrare avevamo fatto scappare con la semplice frase “pericolo contagio varicella”.

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La mia stanza era carina e con una bella vista sulla Skytree; mi spiegarono poi che la stanza in realtà era gratuita, e che quello che avrei pagato sarebbe stato solo per il cibo e le medicine.
Una sola, semplice regola: “Non esca da qui per nessun motivo, per favore.”

Resident Evil, estensione speciale Varicella, Tokyo Edition.

Che fare, dunque?
L’ospedale si era premunito di avvisare sia la scuola che la mia Sharehouse, ma il mio cellulare mi stava abbandonando e io non avevo né cambi d’abito, né tantomeno un carica batterie o l’Ipad della scuola per rimanere aggrappata alla mia già scarsa vita sociale.

Fortunatamente l’infermiera di turno mi avvisò che due rappresentanti della Sharehouse stavano venendo a trovarmi per decidere il da farsi, e così fu: a mezzogiorno in punto li sentii arrivare e fermarsi davanti alla porta blindata per parlare con il dottore, per poi entrare.
A mezzogiorno e mezza.
Ricoperti anche loro di plastica da capo a piedi e con la mascherina figa da agente della scientifica che avrebbe scatenato l’invidia dell’FBI.

“Come le ho già detto, non ce n’era bisogno…” sentii uno dei due rivolgersi al dottore. “Ho avuto la varicella da piccolo, così come il mio collega.”
“Ne sono a conoscenza, ma non si sa mai.” gli rispose il medico, con il classico sorrisone nipponico. E prima di lasciare la stanza si girò un’ultima volta a guardarci e pronunciò teatralmente queste parole: “Non andatele troppo vicino, per favore. Qui dalla porta andrà bene.”

Parlare a due metri di distanza con due individui plasticosi fu quasi esilarante, ma non voglio prenderli troppo in giro perché mi hanno davvero salvato la vita: uno di loro tornò a casa a prendermi tutto il necessario dalla stanza, attenendosi alle istruzioni che gli davo via cellulare.
È così con Ipad, caricabatterie e cambi di mutande pulite trascorsi i quattro giorni più strani del mio soggiorno in Giappone, parlando con gli infermieri e rispondendo alle loro domande sulla mia vita, sull’Italia e sul cibo.
Nota di merito ai pasti che mi propinavano, uno più buono dell’altro! Vi lascio una fotina per darvi un’idea.

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Altro che il purè sfigato del Galliera di Genova!

L’ultimo giorno il medico che mi seguiva ricevette la telefonata dalla Sharehouse: avevano avvisato tutte le mie coinquiline e chiesto loro di verificare se in passato avessero avuto la varicella o meno.
Poiché a quanto pareva ero l’unica fortunella a non averla avuta da bambina, mi fu concesso di tornare a casa previo giuramento che non mi sarei mossa di lì finché l’ultima bolla non fosse sparita. Sarei poi dovuta tornare una settimana dopo per il controllo finale.
Giurin giurello! Il tempo di raccogliere le mie cose, pagare e prendere il taxi ed ero già sdraiata sul mio letto a sbaciucchiare il mio cuscino, che come lui nessuno mai.
E questa è la storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra, ecc ecc.
Posso dire senza ombra di dubbio che è stata l’esperienza più traumatica da quando sono qui, non tanto per la varicella in sé, quanto per tutto ciò che ne è seguito: cambio del volo, problemi con la scuola (colpa mia), ri-cambio del volo e ri-problemi con la scuola (non colpa mia). Senza contare lo stress, gli esami da ridare prima di partire e le macchie orribili sulla pelle.

E pensate che una volta tornata in Italia fosse finita lì? No, tesori miei, nemmeno per sogno.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

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