私なりの日本語のポストを書いたから、間違いを気にせずに、楽しんでください〜

カイの皆さん、本当にありがとうございます。カイで勉強した時、絶対に忘れないよ!

先生たちも、受付とスタッフの皆さんも、お世話になりました。

 

Ho provato a scrivere un post in giapponese, per la versione italiana scorrete in fondo!

Grazie a tutte le fantastiche persone che ho incontrato! Non vi dimenticherò mai.

 

No English version, but thanks to all the amazing people I met! I’ll never forget any of you!

 

 

2年前の私へ

私の未来はどうなるの。
今はそう思っているんじゃない?
今まであなたの平凡な人生に満足しているの。素晴らしい両親にいつも支えてもらいし、親しい友達や彼氏もいるし、不満点がほとんどないだろう。もちろん、仕事は待望のじゃないけど、離職の若者の数が増えていくということを考えたら、そんなに悪くないね。
なのに…
なのに、何かがおかしい。その「何」はちゃんとわかるために、高校生の時を思い出してみて。
恥ずかしがり屋で友達があまりいない高校生の私思い出してみて。
ある日栃木県に住んでいるおばさんを訪問するために、初めて日本に来た思い出。
「丸で、詩みたいな国。」その温かい感じ、まだ覚えているの?
それは私の日本の第一印象。この国と似ているところがあるわけがない。よし、決めた!高校が終わったら、日本に行くよ!という気持ちが強くなった。

ところが、あなたの人生は違う方向に向けただろう。確かに、家族は大切に違いない。恋愛も、疎かにしないように、ちゃんと大切にしていたんじゃない?
だけど…
やっぱり、どんなことをしても、日本のことを忘れることができない。もっと知りたい。もっと見たい。勉強をしに行きたい。

辛いだろう。それより、怖いね。あなたの気持ち、よくわかっている。
それなのに、行って!あなたがまだ何も知らないけど、東京はあなたを待っているよ!
素晴らしい友達も、新しい経験も。もちろん、辛くてたまらなくて、早くイタリアへ帰りたくなりかねないけど、最後の日まで頑張ったら、過去を振り返って、早すぎるように感じる。
いつの間にか全部が終わる。
だからこそ、この夢を抱いて、積極的に進んでください。

あなたの未来が待っている。

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Alla me stessa di due anni fa.

Che tipo di futuro mi aspetta?
Scommetto che ti stai facendo questa domanda.
La tua vita magari non sarà niente di speciale, ma non hai niente di cui lamentarti: hai una famiglia che ti sta vicino e ti supporta sempre, un fidanzato che ti ama, degli amici che tengono a te.
Il lavoro non è il sogno della tua vita, ma c’è chi il lavoro non ce l’ha nemmeno ed è meglio non lamentarsi troppo: per lo meno sei in regola, no?
Eppure…

Eppure c’è qualcosa che ti manca. E per capire quel “qualcosa”, devi ritornare con la mente alla te stessa del liceo, la te stessa silenziosa e con pochi amici.
E ripensare al giorno in cui sei arrivata per la prima volta in Giappone, con la scusa di andare a trovare la zia che vive a Tochigi.
“Non è un Paese, è una poesia.” Te lo ricordi ancora questo sentimento?
È stata questa la tua prima impressione del Giappone: un Paese che non aveva eguali per te e che ti ha sempre affascinata. Ed è così che hai preso la decisione di andarci per un lungo periodo, non appena finite le superiori.

Solo che non è andata così, non è vero?
La tua vita ha preso un’altra direzione e ti sei detta che la famiglia e l’amore sono più importanti.
Eppure…
Eppure quell’idea è sempre lì, non importa cosa tu faccia: vuoi saperne di più. Vuoi imparare di più.
Vuoi andare a studiare laggiù.

È doloroso, vero? Anzi, è più che doloroso, fa paura. E quella paura la capisco bene.
Ma nonostante questo ti dico: vai! Ancora non lo sai, ma Tokyo ti sta aspettando, così come tante persone straordinarie e nuove esperienze.
E sì, ci saranno momenti in cui andrà tutto male e non vedrai l’ora di tornare a casa, ma se terrai duro fino all’ultimo, ti ritroverai a guardare indietro e ti sembrerà che il tempo sia passato troppo velocemente.
Prima che tu possa rendertene conto, sarà tutto finito.

Perciò non rinunciare al tuo sogno e prosegui dritta per la tua strada!

Il tuo futuro ti sta aspettando.

 

Avete mai sentito parlare delle Sette Divinità della Fortuna, o Shichifukujin (七福人)?
Si tratta di sette dei della tradizione giapponese che trovano le loro radici nell’Induismo, Taoismo e Buddhismo.
Inizialmente adorati dai mercanti, sono diventi popolari anche tra le diverse classi della società e difficilmente vengono raffigurati separati. In Giappone sono diventati figure fondamentali per lo Shougatsu, ovvero il Capodanno, ma si trovano anche in pubblicità e merchandising vari.

I tempi e santuari a loro dedicati sono un po’ ovunque ed è consuetudine fare il giro per pregare tutte e sette, specie durante il primo dell’anno. Nella sola Tokyo si possono scegliere fra più di otto diversi pellegrinaggi (il che significa che ogni dio ha ben otto tempi diversi a lui dedicati) e può essere un’esperienza interessante per chi come la sottoscritta vuole raccogliere qualche timbro particolare.

Il mio giro è nato un po’ per caso, quando due giorni prima della mia partenza per l’Italia (rimandata dalla famigerata varicella di cui vi ho raccontato) mi sono imbattuta in questo sito.
Credo che oramai abbiate compreso quanto mi piacciano templi e santuari, perciò non indugiamo oltre e partiamo subito con il tour!

 

Shichifukujin, le Sette Divinità della Fortuna – Shinjuku Yamanote Tour

 

1) Taiso-ji (Hotei)

Hotei è l’unico tra i sette ad essere basato su una persona realmente esistita, il monaco Budai (o Pu-tai, a seconda della traslitterazione). Dio dell’abbondanza, della salute e della felicità, è raffigurato come un uomo calvo, grasso e sorridente.
Il tempio a lui dedicato, Il Taiso-ji, è il primo che incontriamo nel nostro tour!

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2) Hozen-ji (Juroujin)

Juroujin è il dio della lunga vita ed è raffigurato come un uomo anziano dalla lunga barba. Hozenji, il secondo tempio in cui sono andata, è dedicato a lui, ma ho perso tempo inutilmente per cercare di capire dove poter ricevere il timbro. In realtà avevo trovato subito il cartello che indicava un’ala del tempio, ma le porte di legno chiuse mi avevano fatto pensare che non fosse possibile entrare.
Ci ho messo dieci minuti prima di decidermi a bussare ed entrare.

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3) Eifuku-ji (Fukurokuju)

Fukurokuju è il dio della saggezza, della felicità e della lunga vita come Jurojin, con cui secondo la leggenda condividerebbe il corpo. C’era sia il tempio che il santuario (ovvero la struttura buddhista e quella scintoista) e quando sono entrata a chiedere il sigillo del tempio mi hanno chiesto quale volessi.
Fatto sta che il monaco che si era fatto carico di prendermi il Goshuincho per apporvi sopra il timbro è sparito dentro al tempio finché non ho sentito distintamente un’esclamazione sorpresa. Tornato indietro, mi ha spiegato che si era sbagliato e mi aveva apposto i timbri del santuario, perciò me lo avrebbe rifatto giusto nella pagina dopo.
Mille scuse ed inchini dopo, sono uscita da lì con un pacco di dolcetti dal tempio, regalatomi dal monaco come segno di profondo pentimento.

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4) Itsukushima Jinja (Benzaiten)

Unica donna tra le Sette Divinità, Benzaiten è la protettrice dell’arte, della musica e della bellezza.
Il suo santuario a Shinjuku è piccolino e purtroppo per me non c’era nessuno a cui poter chiedere il timbro, ma nonostante tutto è stata una pausa piacevole e rilassante.

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5) Kyooji (Daikokuten)

Indubbiamente il tempio che mi è piaciuto di più! Siamo di fronte al tempio del dio Daikokuten, protettore dei commerci, degli scambi e della ricchezza, spesso raffigurato assieme ad Ebisu.
Mentre aspettavo di ricevere il timbro sono stata invitata a scuotere un piccolo martello con sonagli posto di fronte all’altare. Ho provato a rifiutare gentilmente perché non essendo una credente non mi sembrava educato, ma la signorina del banco mi ha assicurata che non ci fossero problemi e che era comunque un’usanza, in quanto il martello era il simbolo del dio e scuotendolo avrei richiamato la fortuna.
Considerati gli avvenimenti che sono seguiti a quel giorno, oserei dire che non ha funzionato. O che la mia fortuna è sorda, oltre che cieca.

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6) Zenkoku-ji (Bishamonten)

Stando a Wikipedia, Bishamonten è il dio della guerra e dei guerrieri, punitore dei malvagi, distruttore di catene e padre dei dragh-ah no, scusate, ho sbagliato. Fermiamoci pure a “punitore dei malvagi”.
È raffigurato come un uomo in armatura dallo sguardo severo e il suo tempio è il più ampio tra quelli della Shinjuku Yamanote. Al banco degli omamori si può anche comprare il foglio con tutti e sette i sigilli degli dei, raffigurati al centro della stampa a bordo della Takarabune, la Barca dei Tesori. Sempre che siate disposti a spendere 1000 yen, ovviamente.

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7) Inari Kiou Jinja (Ebisu)

E finiamo con il dio della pesca, dell’agricoltura e dei mercanti, Ebisu! Unico dei sette a vantare origini giapponesi, Ebisu è venerato in tutto il Giappone e a Tokyo si può trovare un quartiere omonimo. Anche lui allegro e sorridente, viene spesso raffigurato in coppia con Daikoku.
Ero arrivata al tempio dieci minuti dopo l’orario di chiusura, ma un signore gentilissimo da dietro il bancone mi ha vista ed ha accettato di farmi il timbro comunque, permettendomi così di completare il giro. Yatta!

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È questo era il minitour degli Shichifukujin! Non so dirvi se abbia giovato alla mia fortuna, ma mi sono divertita e ho camminato parecchio.
E se vi piacciono le divinità giapponesi e gli Anime, vi consiglio di guardare Noragami, dove ovviamente appaiono anche i Sette Dei della Fortuna… in versione “moderna”.

 

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Il dottore mi stava guardando con aria grave, anche se l’essere ricoperto da un telo di plastica da capo a piedi lo faceva sembrare meno serio; dietro di lui, conciati allo stesso modo, gli infermieri si tenevano a debita distanza dalla sottoscritta.
“Dunque, signorina, prima di tutto Le devo chiedere perdono, ma potrò comunicare con Lei solo in Giapponese.”
Avrei voluto rispondergli che dopo quasi due ore rinchiusa lì dentro ci ero arrivata da sola che nessuno sapesse l’Inglese e che in ogni caso non ci avrei nemmeno provato, ma preferii annuire.
“Lei ha la varicella.”
E di nuovo, la fiera dell’ovvietà.
“Da questo esatto momento deve stare isolata. Non può tornare a casa, né uscire da questo ospedale, a meno che non decida di pernottare in albergo -dove, in caso, non dovrà avere contatti con nessuno.”

Vorrei fare una piccola precisazione: non mi aveva nemmeno sfiorata l’idea di dover rimanere in ospedale, quindi avevo solo la mia fedele borsetta. In più, visto il costo esorbitante della sanità giapponese, avevo già iniziato ad immaginare la mia vita futura sotto un ponte con i ratti a farmi compagnia.
Il dottore doveva aver compreso il mio disagio dopo essersi accorto della mia espressione, perché si affrettò ad aggiungere: “Le controlliamo subito il costo di una stanza d’albergo qui vicino, cercando le più economiche. Altrimenti può rimanere qui in ospedale.”

Un hotel. Economico. A Shinjuku.
Mi veniva già da ridere.

Risultato dell’indagine:
– pernottamento di quattro notti circa in albergo: 70.000 yen (circa 650€)
– ricovero in ospedale: 50.000 yen (circa 450 €)

Inutile precisare quale avessi scelto. Rimaneva solo un piccolissimo problema: dopo la mia prima esperienza a Ueno, mi ero resa conto che in Giappone la possibilità di pagare con la carta di credito non era da dare per scontato, nemmeno in ospedale.
Ma grazie a Dio stavolta ero a Shinjuku, e il dottore mi aveva assicurato che le carte di credito erano le benvenute. Viva l’epoca moderna!

E così, dopo essere stata caricata sulla sedia a rotelle, due infermieri mi portarono fino alla mia stanza, una di quelle destinate alle malattie infettive con tanto di porta blindata.
E ci mettemmo mezz’ora, perché dovevamo aspettare che l’ascensore fosse completamente vuoto prima di poter salire; non so quanti addetti delle pulizie che ci invitavano ad entrare avevamo fatto scappare con la semplice frase “pericolo contagio varicella”.

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La mia stanza era carina e con una bella vista sulla Skytree; mi spiegarono poi che la stanza in realtà era gratuita, e che quello che avrei pagato sarebbe stato solo per il cibo e le medicine.
Una sola, semplice regola: “Non esca da qui per nessun motivo, per favore.”

Resident Evil, estensione speciale Varicella, Tokyo Edition.

Che fare, dunque?
L’ospedale si era premunito di avvisare sia la scuola che la mia Sharehouse, ma il mio cellulare mi stava abbandonando e io non avevo né cambi d’abito, né tantomeno un carica batterie o l’Ipad della scuola per rimanere aggrappata alla mia già scarsa vita sociale.

Fortunatamente l’infermiera di turno mi avvisò che due rappresentanti della Sharehouse stavano venendo a trovarmi per decidere il da farsi, e così fu: a mezzogiorno in punto li sentii arrivare e fermarsi davanti alla porta blindata per parlare con il dottore, per poi entrare.
A mezzogiorno e mezza.
Ricoperti anche loro di plastica da capo a piedi e con la mascherina figa da agente della scientifica che avrebbe scatenato l’invidia dell’FBI.

“Come le ho già detto, non ce n’era bisogno…” sentii uno dei due rivolgersi al dottore. “Ho avuto la varicella da piccolo, così come il mio collega.”
“Ne sono a conoscenza, ma non si sa mai.” gli rispose il medico, con il classico sorrisone nipponico. E prima di lasciare la stanza si girò un’ultima volta a guardarci e pronunciò teatralmente queste parole: “Non andatele troppo vicino, per favore. Qui dalla porta andrà bene.”

Parlare a due metri di distanza con due individui plasticosi fu quasi esilarante, ma non voglio prenderli troppo in giro perché mi hanno davvero salvato la vita: uno di loro tornò a casa a prendermi tutto il necessario dalla stanza, attenendosi alle istruzioni che gli davo via cellulare.
È così con Ipad, caricabatterie e cambi di mutande pulite trascorsi i quattro giorni più strani del mio soggiorno in Giappone, parlando con gli infermieri e rispondendo alle loro domande sulla mia vita, sull’Italia e sul cibo.
Nota di merito ai pasti che mi propinavano, uno più buono dell’altro! Vi lascio una fotina per darvi un’idea.

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Altro che il purè sfigato del Galliera di Genova!

L’ultimo giorno il medico che mi seguiva ricevette la telefonata dalla Sharehouse: avevano avvisato tutte le mie coinquiline e chiesto loro di verificare se in passato avessero avuto la varicella o meno.
Poiché a quanto pareva ero l’unica fortunella a non averla avuta da bambina, mi fu concesso di tornare a casa previo giuramento che non mi sarei mossa di lì finché l’ultima bolla non fosse sparita. Sarei poi dovuta tornare una settimana dopo per il controllo finale.
Giurin giurello! Il tempo di raccogliere le mie cose, pagare e prendere il taxi ed ero già sdraiata sul mio letto a sbaciucchiare il mio cuscino, che come lui nessuno mai.
E questa è la storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra, ecc ecc.
Posso dire senza ombra di dubbio che è stata l’esperienza più traumatica da quando sono qui, non tanto per la varicella in sé, quanto per tutto ciò che ne è seguito: cambio del volo, problemi con la scuola (colpa mia), ri-cambio del volo e ri-problemi con la scuola (non colpa mia). Senza contare lo stress, gli esami da ridare prima di partire e le macchie orribili sulla pelle.

E pensate che una volta tornata in Italia fosse finita lì? No, tesori miei, nemmeno per sogno.
Ma di questo vi parlerò un’altra volta.

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Do you have a feeling when you want to have something warm  to eat on a hot day? Well, doesn’t a good warm cheese tart sounds so perfect for cheese lovers? Pablo is super well known for the cheese tarts and they have two locations, one big kiosk with no seating at Akihabara, and a Pablo Cafe @Omotesando, which is nearer to Harajuku station, is a full-size sit down cafe with seatings on both floors, but only a few items are available on the first floor, like the mini cheese tarts and some beverages and some packed cheese biscuits to try or buy as souvenirs.

Some of the items they sell in the Pablo Shop

 

The second floor is where most of the main items are available like the full sized cheese tarts, shaved ice(kakigori) etc.

The cafe on the second floor

Now it is very important to decide what do you want to eat, because no matter where you go in Tokyo, there is always going to be a long queue, so we were given a number and two different menus and they asked us if we wanted to sit on the first or second floor.

The English menu #1 (sorry for the blurriness, took this last minute shot before we headed off to be seated) 

The English menu #2 (sorry for the blurriness, took this last minute shot before we headed off to be seated)

The English menu #3 (sorry for the blurriness, took this last minute shot before we headed off to be seated)

We opted for the full sized Original Cheese Tart with vanilla ice cream and the mango cheesecake tart kakigori, although the options were endless, we decided to go safe. Now, it is best to come with a group of friends and you might need some good conversation topics and lots of patience, because the wait for the desserts is about 30 minutes (minimum), but let me tell you, it is SO WORTH THE WAIT!

Get ready for some cheesy goodness… and shaved ice goodness… XD

OMG *HEART HEART* for cheese tart goodness!! Look at that tart, look at that ice cream, look at that mysterious syrup, look at everything!!! 

I kid you not, everything about this dish was AMAZING! The cheese was super light and fluffy, it was perfectly sweet, and for a moment, I went to food heaven XD Also, the crust was quite flaky, and together with the vanilla ice cream and the syrup, it was just OH SO PERFECT!

The mango cheesecake tart kakigori, look at the size of it! IT IS MONSTROUS!

Summer is the time for icy desserts and it was a natural instinct to order a kakigori, especially when you’ve been walking around on 35 degrees weather, and you feel like having something super refreshing, this is a go-to dessert. It’s called ‘mango cheesecake tart kakigori’,it’s topped with a cloud of white cheese espuma and some sugar-coated crumbles, with some mango cubes, and to balance off the sweetness of the kakigori, cheese chunks are served by the side. The white cheese complimented the mango shaved ice so perfectly, with the mix of sweet and sour, and the crumbles gave a crunch to the dessert. But one thing I didn’t like about this dessert was the mango cubes, because they were super sour!

Now, the prices are bit pricey, but you are getting really big portions, and if I’m not wrong, they are serving special dishes like Camembert Cheese Tart (which is savoury) and Fruit Cheese Tart Special, so be sure to check that out!

Overall, I would say, Pablo cheese tarts are my favourite ones by far, I was a really satisfied foodie when we demolished the desserts. This gives me a really good reason to come back again and try the other items, so bring your appetite, friends and wallet and you will not be disappointed!

The address is 〒150-0001 Tokyo, Shibuya, 神宮前1−14−21, and business hours are from 10 am to 9 pm.

Hope that everyone is having a great summer so far, in this crazy heat! :O The only “F”s you need in life is family, friends, food and fun! Until next time, DO YOU AND BE YOU! And see you guys soon!

Deirdre 🙂

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Ricovero in stile giapponese – prologo

On August 1, 2016, in Italiano, by Christine
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Ahhhh, le vacanze estive! Dopo mesi di studio e lavoro ci volevano proprio!
Io poi non vedevo l’ora: sarei tornata in Italia, avrei rivisto tutti i miei cari e passato quasi un mese tra mare, cibo e compagnia.
C’era solo un problema: dopo quasi due mesi non avevo ancora avuto indietro il mio passaporto, a causa delle procedure per l’allungamento del visto.
Panico? Non proprio, ma la data di partenza si avvicinava e la mia preoccupazione cresceva.

Finché il fatidico 22 Luglio non mi avvisarono che era pronto: potevo riprendere i miei documenti presso la segreteria della scuola. E mentre stringevo il tanto sospirato passaporto fra le mani, una voce festante riecheggiò per i corridoi della scuola: “È uscito Pokèmon GO!!!”

Caos. Gente che si precipitava fuori, studenti con l’Ipad della scuola (riconoscibile grazie alla cover di un verde acceso) che iniziavano a sondare i dintorni alla ricerca di Pokèmon, sotto lo sguardo incuriosito dei Giapponesi. Giapponesi che, una volta capito cosa stesse succedendo, si precipitavano a controllare l’Apple Store.

Era una promettente giornata, quel Venerdì 22. Ricordo che il mio unico pensiero era cercare di catturare più mostriciattoli possibili sulla via di casa, riempendo di chiacchiere l’amico che era con me. “Sai che c’è? Provo a stare in giro ancora un po’ e vedere cosa trovo!”
Peccato che non fosse durata molto: un improvviso dolore e una gran fatica mi costrinsero a tornare a casa e a misurarmi la febbre.
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E via di paracetamolo.
Lunedì e Mercoledì avremmo avuto gli esami e dovevo studiare, ma non riuscivo a concentrami e rimandai all’indomani.

Il Sabato mattina notai due strane vesciche sul fianco, ma non ci diedi molto peso e iniziai la mia giornata: lavatrice, pulizia della camera, pranzo e studio. La febbre era scesa, ma mi sentivo più debole del solito.

La Domenica mi accorsi di un grosso gonfiore dietro l’orecchio, e la testa mi prudeva da impazzire. Provai ad uscire per andare in un ospedale vicino a dove abito, dimenticandomi che di Domenica è tutto chiuso tranne che per le emergenze. Pensavo comunque di trovare qualcuno alla reception, invece nulla.
Che fare? Provare un altro ospedale? Ma la stanchezza si faceva sentire e decisi di tornare a casa: l’indomani sarebbe stato Lunedì e se fosse stato necessario sarei potuta andare in ospedale subito dopo il primo test, cercando qualche struttura vicino alla scuola.

Solo che a scuola non ci andai.
Al mio risveglio mi accorsi che la testa si era riempita di croste e che iniziavo ad avere bolle ovunque. Contattai la professoressa per il fatto che avrei saltato il test, chiamai l’ambulanza e nell’attesa cercai di ingannare il tempo stando su internet.
“T’oh, ho i sintomi della varicella, ahah!”
E risi, perché si sa, queste cose cercate su internet non ci azzeccano mai.

 

Mi piace ricordare agli altri che ho partecipato a più matrimoni da quando sono in Giappone che da quando sono nata. Ma potrei dire la stessa cosa per le ambulanze.
I vigili del fuoco (perché le ambulanze qui sono gestiti dai pompieri) erano gentili e disponibili, anche se avevano sbagliato indirizzo e si erano fermati molti metri prima di casa mia; mi chiesero i sintomi, scusandosi tutte le volte che mi dovevano sfiorare, e dopo qualche telefonata decisero di portarmi all’Ospedale Internazionale di Shinjuku.
Anche qui, solita trafila, stavolta con gli infermieri: nome, indirizzo, che giorno è oggi, sintomi, quanto tempo è che sei in Giappone, oh che brava, devo toccarti il braccio per misurarti la pressione, sono davvero mortificato… Per poi concludere con un sospetto “Uhm.”
Arrivò un dottore e dopo aver conferito con gli infermieri mi trasferì in una stanza isolata da tutto e tutti.
Che tristezza… Ma perché, poi?
Ancora un’altra infermiera, e di nuovo da capo con le domande. Con la differenza che questa volta mi venne detto: “Potresti avere una malattia infettiva. Ma non ne siamo certi, quindi aspetta qui.”

E aspettai quasi due ore, in una stanza che a mano a mano diventava sempre più gelida a causa dell’aria condizionata. Finché non riapparve il dottore e uno stuolo di infermieri, tutti bardati di plastica dalla testa ai piedi.
E lì capii due cose.
1) avevo la varicella;
2) stavo per iniziare un calvario che non avrei dimenticato mai più.

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